29 February 2008

I colori di Arlecchino





INDIFFERENTI PER AUTOCUSTODIRSI


Le “donne di Lucio Diodati, così mi piace chiamare queste opere, dovrebbero essere lette senza cerebralismi e senza riflessioni o riferimenti aprioristici, per quella sorta di rispetto all’artista, all’uomo che esprime e comunica con i segni ed i colori il suo mondo interiore. La critica omologante e i continui rimandi ai percorsi culturali diventa riduttiva e poco originale. E’un’operazione culturale che dimostra come l’artista, o tutti noi, siamo il risultato di un processo di sedimentazione che, nell’uomo Diodati, trova risposte nei suoi racconti a colori. L’artista non si offre ai discorsi, alle spiegazioni o alle autocelebrazioni ; è riservato, timido? La sua è custodita dal suo sguardo e con lo “sguardo” offre ai visitatori la sua comunicazione senza parole, ma intensa e vivace, stimolante nel pubblico eterogeneo evocazioni artistiche, culturali e non che porta ad una conferma: l’arte è un collante speciale. Tutti hanno incrociato il volto, il corpo delle “donne” di Lucio e così sono “vaporati i fantasmi”.


Il piccolo salotto letterario ha stabilito il contatto fra l’artista e la gente comune. Donne libere, insofferenti di una falsa morale. Lo sguardo colorato incontra altri sguardi, incomunicabile, indifferente e invalicabile il primo; attento quello del pubblico.
Le figure si pongono noncuranti e sprezzanti alla rispettabilità e alle menzogne più o meno evidenti di una borghesia malata; non mostrano passioni, nè violenze, o impulsi evocativi. Le donne di Lucio sono libere, sole, visionarie, teatrali, nella loro nudità procace non si pongono alcun fine. Le labbra serrate non sono spietate, ma stranamente vivono nelle parole non dette. Gli occhi, azzurri? Quale dei due guarda? L’occhio pazzo di Pirandelliana memoria potrebbe far capolino – ma il duale- diverso comunica una doppia, tante identità.
Superamento epocale tra l’essere e il voler divenire al di là della forma compressa.
Di spalle una folla di piccole persone, non personaggi, turbata e segnata dallo stereotipo sociale fuori di un palcoscenico, dove le protagoniste sorelle sono le figure femminili, “personaggi” che hanno scoperto l’inganno e si mostrano denudate dalla falsità e dai travestimenti imposti; sono le donne che hanno scoperto il gioco delle parti, le ipocrisie e la mistificazione di cui è fatta la vita sociale, rappresentata dalle forme amorfe che fanno da sfondo. Non diventano del tutto grottesche per la solarità mediterranea dei colori, per quel mondo felliniano e clownesco che si intravede senza profondità. I colori, energia di arte diventano apoteosi di vanità di senso di essere. I copricapi, e i vestiti risultano accessori alla composizione figurativa; perché al di là dell’espressione le “donne” si offrono allo spettatore provocando compiacimento e nostalgia; esse sono ironiche, gelose della loro libertà contrarie alla sopraffazione, autonome, quasi aristocratiche, indolenti e senza indulgenza per ogni forma decadente. Il dramma dell’individuo è percepito dal pubblico perché nelle figure c’è l’indifferenza di chi ha compreso.
Le nuove muse per paradosso ci fanno scivolare nell’evocazione lirica e nostalgica e di contro anche lo sguardo, ermetico dell’autore ci comunica il silenzio.
Ma è altro discorso; è pudore fanciullo di un uomo che vive la dimensione di una terra d’Abruzzo.


Prof.ssa TERESA MEO

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