02 June 2008

Frodige italienske damer inntar Stavern


For første gang i Norge presenteres den italienske kunstneren Lucio Diodati med utstilling i Stavern søndag.




- Han bruker mye kritisk humor i bildene og mye farge. Selv om jeg ikke vil kalle det sterke farger, forteller Caroline Titlestad ved Det Gule galleriet i Stavern.
Her åpner italieneren Diodati sin første utstilling i Norge på søndag.
- Dessverre måtte han selv til Marokko denne helgen og kunne ikke komme til åpningen.
Både oljemalerier, akvareller og grafiske trykk er representert blant de 20 bildene som presenteres.
- Fagre kvinner er tema gjennom alle bildene. Markedsverdien hans er betydelig høyere i Italia enn i Norge, så vi har lagt oss lavt på denne første utstillingen. Disse bildene bør være en god investering for fremtiden, spår Titlestad på selgers vis.
Alle hans damer ser ut til å delta i en sosial sammenheng uten at de henvender seg til hverandre eller se hverandre. De eksisterer som individer bak sine masker uten å la seg forstyrre.
- Diodatis damer skal henge som utstilling ut juni avslutter galleristen.
Den italienske kunstneren er født i 1955 og er utdannet ved Kunstakademiet i Aquila i Italia. Han har hovedsakelig hatt sine utstillinger i USA og Italia.
De første bildene ble vist i 1980. I 2002 oppholdt han seg på Cuba for å hente kulturell inspirasjon. Dette medførte at han også begynte å leke med leire og beveget seg inn i skulpturenes verden.




Frodige kvinner: Lucio Diodatis bilder viser ofte frodige kvinner i gølge Caroline Titlestad.(Foto: Per Albrigtsen) 
Det sies at Lucio Diodatis kunst er en blanding av kino, teater og maleri. At han er en vågal eksponent av umoralsk ironi.

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11 May 2008

Alma de Cuba




La gente di Cuba è speciale e solo chi ha già avuto la possibilità di vivere questa esperienza può cercare di spiegare le sensazioni che mi hanno fatto innamorare dell' Avana.
L’Avana è fatta di contatto con la gente, viva e calorosa come in poche località del mondo, ma anche di rapporto quotidiano con l’arte povera, popolare, con le iscrizioni sui muri e le insegne colorate.
Qui c’è materia viva per pittori, più che per turisti superficiali e distratti.

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04 May 2008

Donne e colori a Positano






Cesare Corbara, Giancarlo Angeloni e Lucio Diodati
sull'ingresso della galleria Arte&Craft

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21 April 2008

La tavola di Arlecchino



E’ appena uscito un bel libro di Nicoletta Capozza che scheda “tutti i lazzi della commedia dell’arte”, edito da Dino Audino di Roma, nel 2006. I lazzi sono mimesi del corpo, artificio di posizione e di comportamenti, azioni che accentuano il comico ed il fantastico della scena, moltiplica i suoni e le allusioni a rumori più o meno escatologici, insomma articolano lo stesso linguaggio comico sulla scena della commedia improvvisata, costruita su canovacci, trame esili e componibili, ad incastro. Ebbene non ci sono lazzi per il mangiare, per la tavola imbandita, ma ce ne sono moltissimi e ben descritti, nei testi che tramandavano azioni e trame per gli attori, per la fame, una fame atavica, insaziabile, che porta a escogitare ogni imbroglio, ogni inganno, che spinge a fantasie esagerate, che hanno il paese di Cuccagna come ultima Thule di una quotidianità povera di cibo, scarsa e scarna di sostentamenti, sogno ad occhi aperti, perenne come il rodio delle budella. E non meraviglia che Arlecchino, forse l’estrema trasformazione e reincarnazione di un Herculinus di antiche atellane, di primitive satire tra cerimonia religiosa e farsa da fiera, cioè di un essere abitatore di boschi, dell’uomo selvaggio e nero che tanta parte ha nell’immaginario urbano, come totale rivolta contro la civiltà, come sovversione di quanto ci sembra stabile risultato di un processo lungo e razionale, del quale tuttavia in noi stessi temiamo la fragilità. Ma nel momento del banchetto i lazzi non sono più possibili. Si tratta infatti di una liturgia, di un rito, sul quale si concentra il corpo con gesti che sono misura, piacere, godimento, espressione di una ricerca massima e totale di appagamento e, se con altri, di condivisione sociale, di scambio, di incontro, oltre ogni divisione.
Ecco, la tavola di Arlecchino di Lucio Diodati è questo ripetersi di bocche aperte con la grazia di becchi di uccellini che invocano il cibo, è una rappresentazione diafana e smunta che non ha l’eccesso carnale, l’opulenza senza vergogna di Botero, ma ne può rappresentare, tra bulimia e anoressia, l’altra faccia, che trova gesti misurati, colori delicati, grafismi di fumetti, di tabelloni pubblicitari, nella bidimensionalità delle immagini inventate che rimandano ad un mondo borghese, ad un galateo rispettato e condiviso, di una eleganza senza peso e corpo, definita da un segno preciso, un contorno senza incertezze e dubbi, mentre il colore steso in modo uniforme imita carni, abiti e piani, oggetti di un esangue desiderio. E’ il pranzo dell’abbondanza, dell’eccesso, onnivoro, ma insieme senza fame, senza persino appetito. Per riattivare la gola bisogna inventarsi non un sovrabbondante paese di Cuccagna, dove l’eccesso porta al rifiuto, al rigetto ma raffinatezze estreme, accostamenti di sapori, invenzioni per sollecitare e stimolare l’oralità che diventa così fantasia e cultura. Arlecchino è così l’infinita tavola di colori del cibo e delle possibilità della gastronomia.

Marzio Dall’Acqua


ingresso della Reggia di Colorno - PARMA



una sala interna

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13 April 2008

I colori della seduzione



Lucio Diodati con le artiste Annalisa Melle, Antonella Nacci e due amiche.

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29 February 2008

I colori di Arlecchino





INDIFFERENTI PER AUTOCUSTODIRSI


Le “donne di Lucio Diodati, così mi piace chiamare queste opere, dovrebbero essere lette senza cerebralismi e senza riflessioni o riferimenti aprioristici, per quella sorta di rispetto all’artista, all’uomo che esprime e comunica con i segni ed i colori il suo mondo interiore. La critica omologante e i continui rimandi ai percorsi culturali diventa riduttiva e poco originale. E’un’operazione culturale che dimostra come l’artista, o tutti noi, siamo il risultato di un processo di sedimentazione che, nell’uomo Diodati, trova risposte nei suoi racconti a colori. L’artista non si offre ai discorsi, alle spiegazioni o alle autocelebrazioni ; è riservato, timido? La sua è custodita dal suo sguardo e con lo “sguardo” offre ai visitatori la sua comunicazione senza parole, ma intensa e vivace, stimolante nel pubblico eterogeneo evocazioni artistiche, culturali e non che porta ad una conferma: l’arte è un collante speciale. Tutti hanno incrociato il volto, il corpo delle “donne” di Lucio e così sono “vaporati i fantasmi”.


Il piccolo salotto letterario ha stabilito il contatto fra l’artista e la gente comune. Donne libere, insofferenti di una falsa morale. Lo sguardo colorato incontra altri sguardi, incomunicabile, indifferente e invalicabile il primo; attento quello del pubblico.
Le figure si pongono noncuranti e sprezzanti alla rispettabilità e alle menzogne più o meno evidenti di una borghesia malata; non mostrano passioni, nè violenze, o impulsi evocativi. Le donne di Lucio sono libere, sole, visionarie, teatrali, nella loro nudità procace non si pongono alcun fine. Le labbra serrate non sono spietate, ma stranamente vivono nelle parole non dette. Gli occhi, azzurri? Quale dei due guarda? L’occhio pazzo di Pirandelliana memoria potrebbe far capolino – ma il duale- diverso comunica una doppia, tante identità.
Superamento epocale tra l’essere e il voler divenire al di là della forma compressa.
Di spalle una folla di piccole persone, non personaggi, turbata e segnata dallo stereotipo sociale fuori di un palcoscenico, dove le protagoniste sorelle sono le figure femminili, “personaggi” che hanno scoperto l’inganno e si mostrano denudate dalla falsità e dai travestimenti imposti; sono le donne che hanno scoperto il gioco delle parti, le ipocrisie e la mistificazione di cui è fatta la vita sociale, rappresentata dalle forme amorfe che fanno da sfondo. Non diventano del tutto grottesche per la solarità mediterranea dei colori, per quel mondo felliniano e clownesco che si intravede senza profondità. I colori, energia di arte diventano apoteosi di vanità di senso di essere. I copricapi, e i vestiti risultano accessori alla composizione figurativa; perché al di là dell’espressione le “donne” si offrono allo spettatore provocando compiacimento e nostalgia; esse sono ironiche, gelose della loro libertà contrarie alla sopraffazione, autonome, quasi aristocratiche, indolenti e senza indulgenza per ogni forma decadente. Il dramma dell’individuo è percepito dal pubblico perché nelle figure c’è l’indifferenza di chi ha compreso.
Le nuove muse per paradosso ci fanno scivolare nell’evocazione lirica e nostalgica e di contro anche lo sguardo, ermetico dell’autore ci comunica il silenzio.
Ma è altro discorso; è pudore fanciullo di un uomo che vive la dimensione di una terra d’Abruzzo.


Prof.ssa TERESA MEO

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18 December 2007

Il buon umore natalizio

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